L'artista

Esiste un vincolo stretto tra uomini e oggetti, che diventa addirittura indissolubile tra l’artista e la sua opera Quando il legno viene lavorato le mani si confondonoriccardo1 con la materia, da quando afferrano con forza le radici grezze, a quando levigano con dolcezza le ultime asperità. Per tutto il tempo del lavoro le mani diventano di legno, e il legno diventa vivo. Alla fine dell’opera l’oggetto guadagna una sua forma, diviene portatore di un’idea, evocatore di suggestioni. Ma la cosa più importante è che per sempre conterrà parte dello spirito di chi lo ha foggiato e l’artista continuerà la sua vita con un po’ di nostalgia.


L’ulivo, insieme al grano e alla vite, costituisce la grande triade del mediterraneo. È la pianta che più d’ogni altra dà domesticità al nostro orizzonte e rende riconoscibile il nostro paesaggio. È la radice della nostra tradizione e Riccardo Magarò lavora le radici dell’ulivo. Per chi ha voglia di aprirsi, questi oggetti parlano della nostra terra e contemporaneamente del modo in cui ognuno di noi la pensa. Sono fotografie del nostro presente che si trasforma continuamente e sono anche memoria.

La particolarità di questi oggetti è proprio nella partecipazione della natura all’opera dell’artista. Le scelte e le azioni di Riccardo Magarò sono sempre rispettose e mai intrusive. Non c’è mai la volontà di piegare la resistenza del legno contro le indicazioni che esso stesso dà. L’artista intuisce la vocazione della radice, l’inclinazione del ramo, l’indole del legno: accoglie ogni suggerimento e lo plasma con creatività e rispetto del legno e della natura nel suo complesso. Spesso questi lavori non sono accompagnati da didascalie né da indicazioni. Si limitano a suggerire fantasie, ad aprire riflessioni, senza chiuderle mai. Chi guarda è sempre coautore dell’opera e queste opere continueranno ad essere vive fintanto che ognuno troverà in esse significati diversi e mutevoli nel tempo.


Casa e laboratorio

Vivo in collina, e divido il tempo tra il mio lavoro d’ufficio e il laboratorio, situato in piena campagna. La mia attività di scultore non esisterebbe se lo scenario non fosse quello di una natura brillante nelle stagioni belle e intensissima in quelle in cui i giorni durano poco. Qui, lavorare il legno diventa naturale come avere cura delle mie piante e dei miei animali. Casa e laboratorio sono idealmente una cosa sola: uno spazio protetto contro un mondo che da lontano si avverte come rumoroso, uno spazio aperto agli amici e alle buone idee.Nel mio laboratorio stanno insieme pezzi di legno grezzi, altri semilavorati, altri che hanno assunto una forma definitiva. Per me è una specie di museo disorganizzato, nel quale le sculture si guardano tra di loro e danno il senso compiuto dell’interezza della mia opera. Ci lavoro ogni volta che posso e finchè sono stanco. I ritmi sono naturali, le interruzioni sono dettate da un amico che passa a guardare l’ultima scultura e a bere un bicchiere vino. So qual è il mio posto in questo teatro, e cerco di viverlo senza essere troppo invasivo: qui i miei occhi hanno imparato a guardare le radici dell’ulivo, e le radici dell’ulivo hanno imparato a suggerirmi le forme più strane.

Lavorazione

sgrossaturaDa  tempo mi confronto con la radice dell’ulivo. Ho acquisito il mio “saper fare” tramite un paziente lavoro sul legno e su me stesso. Quando guardo le mie sculture vedo che hanno volumetrie strane, forme bizzarre, come strane e bizzarre sono talvolta le forme degli alberi sui quali distrattamente posiamo lo sguardo. Quello che unisce i miei lavori credo sia proprio il rispetto della forma originale del legno, che piano prende forme più decise ai miei occhi, ma che spesso sono cose diverse per un altro che le guarda.

Non a caso le risultanze plastiche incitano alla visitazione del ritrovamento Trovo le radici grezze degli ulivi nel mio territorio. Hanno forme e dimensioni diversissime, e quando sono molto grandi il trasporto diventa un’impresa. Ospito il legno nel mio laboratorio accatastato alla rinfusa, poi, dopo un po’ di tempo, qualcuno di questi ospiti si mette in una luce particolare, suggerisce una probabile forma, e finisce sul mio tavolo. Capita che in due ore avvenga la sua trasformazione pressoché definitiva, capita altre volte che rimanga lì, semilavorato, per un tempo anche lunghissimo: ma alla fine “ogni spirito arriva a domine”.

Talvolta le figure ricordano animali in forme che sono plastiche e dinamiche: ma sono animali fantastici, alle volte facilmente identificabili salvo poi diventare altro se ci si sposta di un passo. Talvolta sono maschere, con tutto il portato perturbante di questi oggetti. Altre volte sono figure di uomini che originano dal legno, e quindi sono figure ancora contorte, che sembrano faticare a prendere forma ma che indicano slancio vitale. Quando la forma della radice me lo consente costruisco presepi e, quando sono di buon umore, mi piace plasmare forme “antipiccio”.